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di Luca Prosdocimo

Όλύμπιος: i tre eroi delle origini

Lo spirito vitale che si manifesta nella competizione (agòn) e nella volontà di vittoria, che ha sempre animato dapprima la civiltà greca, e poi via via le altre civiltà dell’intero mondo occidentale e orientale fino al raggiungimento di una latitudine universale, è ancora oggi fortemente vivo e diffuso, e ben si esprime nella massima che Peleo affida al figlio Achille: «Essere sempre il migliore e distinguersi tra tutti» (Omero/Iliade, XI, 783 ss.). Essa non è, come potrebbe sembrare, il consiglio di un padre al figlio destinato alla gloria, ma il fondamento stesso della morale attorna al quale ruota l’intera società ellenica. Il racconto mitico delle gesta di tre eroi – Achille (Fig. 1), Pelope ed Eracle (Fig. 2) – tra i più importanti della grecità, che lottarono per la vendetta, l’amore, il potere e la giustizia, mette in luce la sacralità delle grandi manifestazioni agonistiche. Questi eroi, infatti, sono ricordati per l’istituzione dei giochi atletici: Achille istituisce a Troia i giochi funebri (epitàphioi) per l’amico Patroclo, Pelope ad Olimpia per il re Enomao ,ed Eracle, sempre a Olimpia, in onore di Zeus.

statua di doriforo dal Mann
Fig.1. Statua del Doriforo – Museo Archeologico Nazionale di Napoli – Inv. 6011
statua dell' ercole farnese
Fig.2.Statua cosiddetta “Ercole Farnese” – Museo Archeologico Nazionale di Napoli – Inv. 6001

È interessante sottolineare, però, come la conquista della gloria sia da loro vissuta con sfumature diverse. Achille, animato da uno spirito vendicativo che rasenta la violenza e l’arroganza, perde di vista l’obiettivo finale della massima paterna, che prevedeva l’acquisizione della gloria tramite la vittoria finale degli Achei sui Troiani. Pelope ricorre all’uso della métis — l’astuzia — per vincere Enomao e sposarne la figlia, introducendo nella gara l’idea i dell’inganno, che non era per i Greci moralmente inaccettabile e che resta, anzi, l’unica possibilità di sovvertire il risultato di una competizione. Eracle, infine, meglio di.tutti. incarna l’ideale atletico sotteso alla massima epica, superando gli obiettivi egoistici di Achille e Pelope ed obbligandosi alla sopportazione, In funzione dell’intera comunità umana, della dura disciplina delle fatiche, che ben sono rappresentate nelle scene di lotta somiglianti alle gare che si svolgevano durante i concorsi sportivi. Il comportamento di Eracle, pur appartenendo l’eroe a una società primitiva e prepolitica, può considerarsi, a ragione, il logico postulato di ciò che più tardi Aristotele definirà «zoòn politikόn», vale a dire «animale politico», cioè l’elemento cardine della stabilità della società greca, che sapientemente unisce la volontà di primeggiare con la cura del bene comune della città.

 

Gli ‘agoni’ panellenici

Le città greche, pur diverse tra loro, ai popoli stranieri, e in quanto tali «barbari», apparivano unite per il comune e profondissimo sentimento di solidarietà, fondato sulla condivisione della lingua, della religione, del patrimonio di miti e leggende, ma soprattutto sulla partecipazione ai diversi concorsi atletici. A Olimpia fu proclamata la prima tregua sacra, condivisa da tutte le città greche — e dalle loro colonie — che avessero accettato l’invito a partecipare ai giochi: l’ekecheirìa, in vigore per la durata delle gare. È così che, nei mesi che intercorrono tra gli inviti ufficiali e l’effettiva esecuzione dei giochi, gli organizzatori, gli atleti e i loro accompagnatori, e soprattutto le migliaia di spettatori potevano provare la concreta sensazione di sentirsi «panellenici», così comei luoghi dei concorsi maggiori, collegati ai principali santuari dell’Ellade, erano privilegiati per negoziare e ratificare patti di carattere politico. Pur svolgendosi in Grecia numerosi concorsi (nel 100 a.C. se ne contavano più di 100!), i più prestigiosi furono gli Olimpici, i Nemei, i Pitici e gli Istmici. Questo insieme dei giochi costituiva il cosiddetto periodos (circuito); gli atleti che vincevano in tutti e quattro venivano detti appunto «periodonici» e acquistavano una fama che andava ben oltre l’impresa sportiva vera e propria. | premi non avevano quasi mai valore materiale (chremathitaî): erano stephanitai, cioè consistenti in semplici corone: di olivo a Olimpia, sedano selvatico a Nemea, alloro a Delfi, pino a Corinto. Le città di appartenenza di buon grado integravano il premio simbolico per risarcire gli atleti delle spese sostenute per i viaggi, i soggiorni e la preparazione ai giochi. I concorsi Olimpici e Pitici avevano cadenza quadriennale, quelli Nemei e Corinzi biennale, in modo che le gare si svolgessero ogni anno, tra un’ Olimpiade e l’altra. Fra tutti i giochi non appartenenti al «circuito», quelli di Atene, le Panatenee, godettero della massima fortuna.

I giochi Olimpici

I giochi, consacrati a Zeus Olympios, si svolgevano nel santuario a lui dedicato. Diverse sono le tradizioni sulle origini. La più antica li lega proprio alla nascita di Zeus, affidato dalla madre Rea ai Cureti, sul monte lda a Creta. Eracle, uno di questi, avrebbe inventato il gioco della corsa e la corona di olivo selvatico per premiare il vincitore. Più noti gli episodi mitici che raccontano di Pelope, fondatore dei giochi dopo la vittoria sul re Enomao, o quello di Eracle, il celebre eroe tebano, che avrebbe reinstaurato i giochi in onore di Pelope. Le primissime edizioni furono caratterizzate dal ridotto numero di gare (la corsa dello stadio o il doppio stadio) (Fig. 3) . Dalla 338 Olimpiade (648 a.C.) tutte le discipline furono disputate.  Con la riorganizzazione dei giochi nel 472 a.C. i concorsi si svolsero definitivamente nell’arco di cinque giorni. In generale gli atleti dovevano trattenersi a Olimpia un mese prima del concorso,il cui inizio era fissato per il giorno del primo plenilunio dopo il solstizio d’estate. Uno spirito di sacralità era presente in Olimpia sia negli spazi consacrati – l’Altis, recinto sacro con il monumento funerario di Pelope, Zeus, i templi l’ulivo di Hera «dalle belle corone» -, sia in quelli destinati più propriamente allo sport: lo stadio, l’ippodromo e la palestra. Tale sacralità poteva avvertirsi persino nel programma, che prevedeva l’alternarsi di sacrifici, giuramenti e gare. Durante il  mese precedente i giochi Olimpia incaricava emissari ufficiali di invitare le città greche, che accettando inviavano una delegazione con la promessa di rispettare la tregua sacra. Nell’Altis gli atleti, sotto la sorveglianza degli arbitri ufficiali, si recavano in processione all’altare di Zeus Hòrkios per sacrificare un cinghiale, e giuravano di rispettare le regole. Un particolare giuramento toccava a coloro che dovevano giudicare l’età dei puledri e quella dei ragazzi che partecipavano alle gare dei giovani. A margine dell’Olimpiade si svolgevano numerose e varie manifestazioni culturali, cui parteciparono i più noti storici e letterati greci. Basandosi sui frammenti superstiti delle liste dei vincitori si apprende che l’Elide, seguita da Sparta e Atene, riportò il maggior numero di vittorie. L’ultimo olimpionico fu un principe armeno,tal Varazdates, che vinse la gara di pugilato nel  369 o nel 373 d.C. (287-288: Olimpiade).

Stadio di Olimpia
Fig.3. Olimpia (Grecia) – Stadio– Foto di repertorio.

Com’era strutturata un’olimpiade nel V secolo?

«È là ad Olimpia che si affrontano i corridori più veloci, là che si giudicano la ‘forza; il valore, la resistenza alle fatiche. E il vincitore, peril resto della sua vita, conosce la felicità e la gioia che gli vengono dai giochi…» (Pindaro, Olimpica I)

Tra tutti i concorsi panellenici, i giochi olimpici divennero di gran lunga quelli più importanti, tanto da essere considerati i giochi ginnici per eccellenza. Essi avevano luogo nel Santuario di Zeus che, oltre agli edifici sacri, conteneva gli impianti sportivi: inizialmente solo lo stadio e l’ippodromo, in seguito anche il ginnasio e la palestra, edifici destinati specificamente agli allenamenti. A partire dal 472 a.C., quando i giochi furono organizzati nel loro assetto classico, che perdurò almeno fino al 396 a.C., la durata era di cinque giorni: in essi, parte preponderante avevano le cerimonie sacre, come si evidenzia dalla struttura stessa del programma olimpico, in cui le gare atletiche si alternavano a cerimonie religiose. Il primo giorno si svolgevano offerte e sacrifici agli dèi, ma la cerimonia più importante era il solenne giuramento pressol’altare di Zeus Hoòrkios: gli atleti giuravano l’osservanza leale delle regole del gioco, i giudici quella delle procedure di ammissione degli atleti ai giochi, promettendo assoluta imparzialità.

Le gare cominciavano il secondo giorno con gli sport equestri: la corsa delle quadrighe e la corsa di cavalli si svolgevano al mattino nell’ippodromo; nel pomeriggio avevano luogo, nello stadio ,le discipline del pentathlon: corsa e lotta, lancio del disco (Fig. 4), salto, lancio del giavellotto. La giornata si concludeva con la celebrazione dei riti funebri in onore di Pelope nel recinto sacro dell’ Altis. La mattina del terzo giorno, presso l’altare di Zeus, dopo la processione dei giudici, si svolgeva l’ecatombe,cioè il solenne sacrificio ufficiale dei cento buoi. Il pomeriggio era dedicato alle gare dei ragazzi dai 12 ai 18 anni: la corsa dei 200 pugilato metri, la lotta il e ill quarto giorno, la mattina, nello stadio si svolgevano i diversi tipi di corsa: i 200, i 400e i 4800 metri; nel pomeriggio, nell’Altis, tornei di lotta, pugilato e pancrazio. La corsa in armi concludeva la giornata. Terminate le gare,il quinto giorno era dedicato alle premiazioni. Nell’area sacra si svolgevano processioni e l’incoronazione dei vincitori, in onore dei quali, successivamente, era offerto un banchetto, seguito dalle cerimonie di chiusura e di ringraziamento.

Anfora panatenaica
Fig.4.Anfora Panatenaica con discobolo e pedagogo. Proveniente da Cuma – Terracotta, fine V sec. a.C
Napoli, Museo Archeologico Nazionale

Bibliografia:

  • AA.VV., “L’agonismo dai miti greci al mondo romano” – catalogo mostra “L’agonismo dai miti greci al mondo romano” – Napoli, Museo Archeologico Nazionale di Napoli 10 ottobre 2002 – 31 gennaio 2003, Napoli, 2002;
  • M. Grimaldi, L’agonismo dai miti greci al mondo romano, Napoli, 2020;

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